L’arte di sottrarre.

Un concetto affascinante che ho incontrato per la prima volta quando, avvicinatomi al mondo della fotografia, ho avuto modo di approfondire questa passione entrando in contatto con professionisti e artisti.

Paul Chezanne

La montagna Sainte-Victoire di Paul Cezanne

La fotografia, come qualsiasi forma d’arte, si basa sulla “sottrazione”.

L’artista deve fare in modo di comunicare un concetto.

Per far questo deve togliere dal fotogramma (o dalla tela) tutto ciò che non ha a che fare direttamente con ciò che vuole trasferire allo spettatore: il risultato finale (l’immagine) dovrà essere quindi qualcosa di estremamente semplice, scarno, pulito snello.

Ne “La montagna Sainte-Victoire” di Paul Cezanne, l’artista francese sintetizza la montagna con toni azzurrati perché è così che noi percepiamo gli oggetti lontani. Questo gli interessava e non si è perso in inutili dettagli paesagistici, casette, alberi, veetazione varia, animali… Un trionfo di sintesi.

Ogni concetto portante non si lega mai solo ad un settore, una categoria di cose, ad un’area del sapere: i concetti generali diventano sempre veri e propri archetipi, cioè modelli, paradigmi che poi vanno a declinarsi su diversi piani del vissuto e  del quotidiano.

E così anche nel mio lavoro di social media manager, mi sono trovato a confermare questa regola, praticamente senza eccezioni. La regola d’oro è cercare la propria nicchia, parlare alle proprie personas, e non cercare di comunicare con tutti. Scegliere un messaggio, una strategia e restare coerenti ad essa.

Scegliere con cura la collina per la quale morire per conquistarla, lasciando stare altre.

Quindi una delle prime regole del marketing va a coincidere con la regola della sottrazione: il tuo target lo trovi per sottrazione. Tolto il superfluo rimane solo ciò che vuoi comunicare e a chi davvero vuoi parlare.

Recentemente, le mie vicende lavorative mi hanno portato a dare il mio contributo in Next, ad esplorare quindi un mondo che sino ad ora non avevo conosciuto da vicino: il mondo dell’industria, della fabbrica, visto dal punto di vista di una software house.

Visto che ero nuovo di questo settore, la prima cosa che mi sono preoccupato di fare è stato quello di cercare di capire cosa facesse la Next e, soprattutto, per chi lo facesse.

Riassumendo: la NeXT srl  sviluppa software per il miglioramento continuo dei processi produttivi.

Raccontato in parole povere, realizza software che riescono a monitorare l’efficienza delle linee di produzione e altro… ma non è di questo che devo parlare in questo articolo.

Nella descrizione dell’azienda ho subito incontrato questa espressione “[…] opera in una logica di lean production”.

Ok, mi sono detto, ricominciamo a  studiare! E così ho acquistato un paio di manuali. Studiando e chiacchierando coi miei nuovi colleghi, ma anche frequentando l’ambiente degli stabilimenti dei nostri clienti, nomi prestigiosi come Elica, Faber, Ariston Thermo, FCA ecc.., ho capito che quella della lean production era una sorta di rivoluzione del pensiero applicato alla produzione industriale. Infatti si parla anche di “lean thinking”.

Lean Thinking

Lean Thinking

Per chi fosse digiuno di questi concetti, oltre a suggerire il manuale riprodotto nell’immagine, dirò semplicemente che la lean production è nota anche come “Toyota way”, cioè non è altro che lo studio di come Toyota abbia operato per diventare leader mondiale nell’automotive, partendo praticamente da zero.

Lean production vuole dire letteralmente “produzione snella”.

Snella perché opera per ridurre gli sprechi (Muda), per tagliare i flussi superflui che non portano valore (attenzione, non parliamo di taglio di risorse umane, anzi, nella logica della lean production la persona ricopre un ruolo importante e deve essere assolutamente coinvolta).

Torna quindi, in qualche modo, il concetto di sottrazione, in senso virtuoso, cioè non di privazione, ma di raggiungimento dell’essenziale: via i tempi morti, via i passaggi superflui.

Infine, visto il core business aziendale,  un altro elemento, si è imposto alla mia attenzione: la programmazione, il codice.

L’evoluzione più recente vede il passaggio da una programmazione ad oggetti, cioè quella alla quale tutti siamo abituati o di cui comunque abbiamo sentito parlare, ad una programmazione agent-based, cioè improntata sull’uso di agenti.

E cosa fanno questi agenti?

Ogni agente nasce e vive perseguendo il suo obiettivo.

Ho parlato a lungo di questo aspetto, per me nuovo, col Project Manager Nicola Bergantino, per cercare di capire a fondo la natura di questa evoluzione.

Ebbene, la programmazione ad agenti, rispetto alla programmazione ad oggetti ha caratteristiche differenti.

Le caratteristiche che differenziano un agente da un normale oggetto sono:

  • Persistenza, il codice non viene eseguito unicamente dietro esplicita richiesta, ma è continuamente in esecuzione
  • Autonomia, conoscendo un obiettivo e avendo a disposizione osservazioni è in grado di selezionare l’azione da eseguire da un ventaglio di alternative
  • Proattività, possiede l’abilità di prendere iniziativa per soddisfare i propri obiettivi
  • Socialità, capacità di coordinarsi all’interno di una comunità sociale di membri indipendenti.

Anche una persona non avvezza al mondo della programmazione si rende conto che la programmazione ad agenti costituisce una semplificazione, uno snellimento rispetto alla programmazione ad oggetti.

La persistenza fa sì che il codice sia sempre in esecuzione, cioè non è necessaria un’esplicita richiesta. Dov’è la sottrazione qui? Nella richiesta: non è più necessaria… così come quel particolare nello sfondo dell’inquadratura è stato tolto perché non necessario al messaggio della fotografia.

L’agente è autonomo, cioè seleziona senza bisogno di intervento, senza la richiesta di un’azione da eseguire.

È proattivo, cioè prende iniziative per arrivare all’obiettivo, senza l’intervento di alcuno.

Attraverso la socialità, l’agente mostra doti di coordinamento in un contesto di membri indipendenti…

Beh sembra fantascienza, ma pensiamoci un attimo… Ragioniamo su questi termini de-contestualizzandoli: se un genitore avesse dei figli… in grado di agire senza alcuna sollecitazione da parte nostra, se questi fossero autonomi, proattivi, dotati di iniziativa e capaci di socializzare con gli altri, non sarebbero questi genitori estremamente felici e soddisfatti dei propri figli? Quanto sarebbe facile educare dei figli così? Non sembra tutto più essenziale?

L’evoluzione, così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora, non sembra un lunghissimo e paziente labor limae? Un perfezionare scartando, uno snellire togliendo?

Capiamo di far parte di un mondo che si sta evolvendo, solo quando percepiamo come alcune cose siano diventate radicalmente più semplici rispetto al passato.

Un po’ come quando è stato scoperto il fuoco, inventata l’energia elettrica, la stampa a caratteri mobili e… Internet.

 

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Lettura in corso: “Una storia semplice” di Leonardo Sciascia
Mood: Ispirato

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La NeXT è una software house che produce e commercializza sistemi informatici studiati per fornire informazioni e dati aggregati al management aziendale, supportandolo nelle decisioni operative.

La NeXT può garantire una eccellente qualità del servizio, grazie alla tecnologia della programmazione ad agenti, unica nel settore.

 

 

 

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