Chi non si trova a stretto contatto con il mondo industriale, in questo periodo, sentendo comunque da più parti (convegni, incontri, seminari, ecc..) il termine “Industria 4.0“, ha come l’impressione che si tratti di qualcosa di improvviso, i più scettici persino una moda, qualcosa la cui origine appare oscura e poco definita, qualcosa, infine, in cui centrano i robot.

Questo è quanto emerso da qualche confronto con amici il cui lavoro e la cui vita è lontana dalla realtà industriale.

Chi invece vive e lavora in questo settore, quello industriale, sa benissimo che si è trattato di un percorso graduale e assolutamente visibile, sotto gli occhi di tutti.

In questo periodo sto disperatamente cercando di ultimare un puzzle di 3000 pezzi raffigurante il Machu Picchu. Sono a metà e ci ho messo tanto ad arrivare a questo punto. Forse è per questo che l’immagine che mi viene in mente è quella del puzzle: è stato necessario che tutti i pezzi  del puzzle si incastrassero perfettamente (le famose tecnologie abilitanti) perché “esplodesse il fenomeno” Industria 4.0.

Di seguito andremo a ricordare queste tecnologie, ma, a mio parere, non si tratta solo di una questione di tecnologie. Poi vi dirò perché.

Le tecnologie abilitanti sono quelle che potete vedere in figura:

Industria 4.0: Tecnologie abilitanti

Industria 4.0: Tecnologie abilitanti

 

Big Data: forse la regina di tutte queste tecnologie. Ovvero la possibilità di accedere, interpretare e condividere una mole enorme di dati che permette di avviare una trasformazione fondamentale: i prodotti diventano servizi.

Cloud computing: ovvero la possibilità di delocalizzare i dati, di accedervi a prescindere da dal luogo e accesso ad una serie di servizi prima impensabili per le postazioni fisse. La comunicazione non più circoscritta al plant, ma libera di essere condivisa tra plant diversi.

Cyber Security: premessi i due punti precedenti, questo viene di conseguenza. La rete permette l’accesso ad una mole enorme di informazioni e possibilità: ogni dispositivo diventa potenzialmente vulnerabile e i dati di ciascuno di noi, e soprattutto, quelli aziendali sono a rischio.

Integrazione verticale e orizzontale: questa crescente potenzialità comunicativa, la gestione dei cosiddetti Big data e la loro diffusione, consente alle aziende di avviare sia un’integrazione verticale, cioè tra fasi differenti della stessa filiera produttiva; sia un’integrazione orizzontale, cioè tra filiere produttive diverse: la catena del valore viene ridefinita da reti collaborative manufacturing.

Robotics: l’automatizzazione farà sì che l’operatore umano si troverà a lavorare insieme alla macchina in una perfetta simbiosi. È un po’ il concetto di human in the loop. Robot programmati dall’operatore umano e interconnessi con il sistema.

Augmented reality: la realtà aumentata al servizio ad esempio del visual management. Rimanendo in tema di WCM, attraverso la realtà aumentata, è possibile realizzare moduli di Visual SOP, tramite i quali qualsiasi operatore è in grado di seguire delle istruzioni, tagliando i tempi dell’apprendimento e i costi di un vero affiancamento.

Additive manufacturing: ovvero la stampa 3D. Questa tecnologia davvero innovativa consente a bassissimo costo di realizzare fedeli prototipi e quindi di realizzare simulazioni e fare ricerca con un impatto economico ridottissimo.

Simulation: capacità di simulare in anticipo, evitando errori nella fase virtuale perché tutto è ricondotto ad un modello virtuale utilizzando software collaborativi. Riuscire a creare un gemello virtuale, anticipa di molto le scelte che posso essere fatte sul prodotto reale.

Internet of Things: last but not least…l’internet delle cose. In un precedente articolo avevamo parlato di Facebook delle macchine, cioè di un ambiente in cui la comunicazione non è più solamente Human2Machine o viceversa, ma anche Machine2Machine. Che vuol dire? Vuol dire che al processo comunicativo parteciperanno i singoli devices, ma anche gli stessi processi produttivi… ed infine i prodotti stessi.

L’Industria 4.0: non solo tecnologia

In precedenza abbiamo detto che l’Industria 4.0 non è spiegabile solo da un ormai arcinoto elenco di nuove tecnologie. C’è dell’altro ovviamente.

Non sarebbe onesto pensare ciò, soprattutto nei confronti di quanti hanno speso il loro tempo, da decenni, per trasformare il modo di produrre, il modo di approcciare il lavoro, il modo di stare al lavoro, di pensarlo, di viverlo.

Se oggi queste nuove tecnologie possono agevolmente entrare a far parte del nostro quotidiano lavorativo è perché, a monte, è stato fatto un certo tipo di lavoro, soprattutto sull’organizzazione e sulle persone.

Oggi ci sono fabbriche, nelle quali si potrebbe mangiare per terra, tanto hanno reso il luogo di lavoro pulito, ordinato, efficiente.

Se pensando alla fabbrica, avessimo in mente luoghi bui, sporchi, disordinati, non una delle tecnologie sopra elencate avrebbe potuto fare il proprio ingresso. Di più: non sarebbe stata nemmeno concepita.

Se quelle tecnologie sono state progettate e realizzate è perché, in questo ambiente, quello industriale, era già stato instillato il seme del concetto di continuous improvement, cioè quel miglioramento continuo cercato e rincorso sin dagli anni ’70, quando si è cominciato a guardare alla Toyota Way.

Da lì sono emerse diverse teorie organizzative: si è parlato di JIT (Just in time), di TQM (Total Quality Management, TPM (Total productive Management), Lean manufacturing, Six Sigma… ed infine WCM, il World Class Manufacturing.

Il World Class Manufacturing

Perché ho deciso di parlare del World Class Manufacturing?

Per una serie di motivi. Forse un motivo è di stampo patriottico: nasce in Italia per mano di FCA. Ma un altro motivo ha sicuramente a che fare con il suo sviluppo abbastanza recente quindi a stretto contatto con la realtà di oggi.

Il WCM non si inventa niente o comunque poco: attinge a piene mani dalla lean e dagli altri strumenti elencati in precedenza, ma vi attinge con l’occhio e l’esperienza del manager moderno. È vero che i principi della Toyota Way sono ancora validi, è vero che molti strumenti possono essere implementati con dei semplici post it… ma appunto oggi non usiamo più i post it…

È chiaro che se non abbiamo compreso il senso del kanban; se non abbiamo capito come farci bastare dei post it per realizzarlo con successo, non c’è software o robot interconnesso che tenga: avremo fatto un buco nell’acqua.

Ma, dagli anni ’70, grazie soprattutto al lavoro instancabile di evangelisti, appassionati e consulenti, abbiamo avuto tutto il tempo di apprendere certi know how. Ora possiamo davvero utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per potenziare tutto: l’organizzazione lavorativa, l’efficienza produttiva, la manutenzione, la logistica, ecc..

WCM e Industria 4.0

Gli input del WCM sono semplici e chiari: aumento dell’efficienza e della qualità, investimento nell’innovazione e ricerca, a fronte della riduzione degli sprechi. Fanno parte del programma WCM, anche la sicurezza, le condizioni di lavoro delle persone, il rispetto per l’ambiente.

Zero tolerance per gli sprechi: occhi puntati, quindi, su tutti quei momenti nei quali non si crea alcun valore aggiunto per il cliente: le movimentazioni, le scorte, i controlli, i difetti, le attese, gli errori, le riparazioni, le manutenzioni ecc..

Autocitandoci diremo che il concetto di valore cambia radicalmente: tutte le fasi che accompagnano il prodotto, dall’inizio alla fine, devono concorrere a “creare valore”, cioè a realizzare un qualcosa per cui il cliente è disposto a pagare. Ciascuna fase.

In questo senso, tutto ciò che viene dall’environment Industria 4.0, sembra un’evoluzione naturale di una maniera di pensare il proprio lavoro in ambito industriale: una maniera precedente e già sedimentata, almeno in alcuni ambienti, proprio quegli ambienti che oggi possono meglio definirsi delle smart factories.

A bene vedere, l’Industria 4.0 va a risolvere molti dei problemi che il WCM si è proposto di superare.

World Class Manufacturing

World Class Manufacturing

I principi, o pilastri del WCM, sia tecnici che manageriali, si pongono degli obiettivi molto diversificati, come ad esempio, di cercare di

prevedere la portata della domanda del prodotto; quale sia la richiesta di mercato del prodotto finito; definire il concetto di valore cercando di capire quale sia il valore percepito dal cliente finale; abbassare i costi superflui (cost deployment); il controllo della qualità; la logistica del cliente e via via tanti altri obiettivi ciascuno individuato in un pilastro, tecnico o manageriale, come già ampiamente illustrato in un precedente articolo relativo all’organizzazione del WCM.

Andando bene a vedere, questi obiettivi sono comuni a ciascuno strumento/tecnologia individuata sotto il cappello dell’Industria 4.0. I Big Data e il Cloud computing ci aiutano a capire, non solo la portata della richiesta del mercato, ma anche scendere più nel dettaglio: per capire non solo quante cappe richiede un mercato, ma anche che tipo di cappa vuole il cliente, il colore la forma, ecc..; l’IoT e l’automazione consentono una più efficiente comunicazione lungo il processo produttivo, meno errori, più qualità; la realtà aumentata consente a chiunque di arrivare ad effettuare mansioni nuove seguendo un tutorial fedele a qualsiasi esperienza di affiancamento, con una notevole riduzione degli errori; l’additive manufacturing consente di fare innovazione e ricerca a basso costo, creando prototipi in brevissimo tempo; la simulation, consente una più efficace e puntuale progettazione… potrei proseguire arricchendo ulteriormente questo elenco, ma qui non mi interessa essere esaustivo in questo senso.

Insomma, riassumendo sinteticamente il pensiero di questo post, potremmo dire che il WCM e tutti gli strumenti nati prima a partire dagli anni ’70, hanno costituito quel necessario sostrato culturale, sul quale le nuove tecnologie hanno avuto la possibilità di nascere e svilupparsi.

 

Mi piacerebbe condividere queste riflessioni con voi, e conoscere il vostro parere.

 

Ascoltando: Pink Floyd – “Atom heart mother
Lettura in corso: “Invisible” di Paul Auster
Mood: 4.0

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