Definizione di “habitat”:

Il complesso delle condizioni ambientali, delle strutture e dei servizi che caratterizzano un’area di insediamento umano o ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno

Ambiente congeniale all’indole, alle abitudini di qualcuno.

Potremmo parafrasare definendo l’habitat (perfetto), in ambito industriale (eh certo è di questo che qui parleremo!), come l’ambiente congeniale allo sviluppo di buone prassi atte ad ottimizzare i processi produttivi e il benessere lavorativo di chi ci lavora.

Un habitat di questo tipo, vedremo, risulta essere piuttosto complesso, in quanto caratterizzato da diversi aspetti che si sono evoluti nel tempo.

L’anno zero

All’inizio del secolo scorso, ma anche nel dopoguerra, l’habitat industriale non si poteva dire certo perfetto: dal punto di vista produttivo ci troviamo in piena produzione di massa. Una metodologia ottima solo per tempi di prosperità, in un mercato praticamente vergine. Grandi guadagni al prezzo di una qualità della vita del lavoratore ai minimi termini.

Ovviamente, questa realtà non poteva durare.

Non tanto per la vita del povero lavoratore, che senza temere di apparire troppo cinici, diciamo che all’epoca era forse l’ultimo dei pensieri di un imprenditore.

Non si poteva andare avanti così, perché quel modello di sviluppo e di produzione non poteva più adeguarsi ai cambiamenti economici e sociali degli anni seguenti.

Non è un caso (non è mai un caso) che nella seconda metà del secolo scorso prese campo un altro modello. Un modello alternativo a quello fordista: il cosiddetto Toyota way.

Dove sta questa differenza con il passato fordista? Basti guardare ai due principali pilastri della “filosofia” Toyota:

  • Il miglioramento continuo

  • Il rispetto delle persone

Questo potremmo chiamarlo l’anno zero della nascita di un habitat industriale moderno, che comincia cioè a pensare al concetto di “ottimizzazione” contestualmente a quello di benessere del lavoratore.

Gli elementi di un habitat perfetto: pensiero e tecnologie… abilitanti

Oggi la sensazione è che i tempi siano davvero maturi per la costruzione di un habitat, un environment, perfetto che tenga conto di molteplici esigenze.

Sono maturi non solo per l’affermarsi delle cosiddette tecnologie abilitanti, tanto citate ogni qualvolta si parli di industria 4.0, ma anche, e soprattutto, per lo sviluppo di pensieri abilitanti, dei quali quelle tecnologie possono essere considerate una inevitabile conseguenza.

Quali sono questi pensieri? Di filosofie, cioè logiche che hanno guidato precisi abiti comportamentali, organizzativi e modus operandi all’interno delle aziende, se ne sono susseguite diverse. Abbiamo già citato il Toyota Production System (TPS), ma aggiungeremo la Lean production, il Six Sigma, la Total Production Maintenance (TPM) ed infine, in ordine cronologico, possiamo aggiungere il World Class Manufacturing (WCM).

Tutte queste metodologie, negli anni, hanno rivoluzionato il luogo di lavoro e l’organizzazione interna delle aziende.

Indubbiamente, certi principi hanno fatto fatica a diventare realmente operative all’interno delle aziende. Specie nelle aziende di piccole e medie dimensioni.

La motivazione di queste difficoltà sta nel progetto a lungo termine che queste metodologie portano con sé, oppure, in molti casi, è da ricercare in una arretratezza delle strutture rispetto all’avanzamento del pensiero.

E qui arriviamo a parlare delle tecnologie abilitanti:

Oggi la più diffusa digitalizzazione e informatizzazione dei sistemi sembra aver liberato finalmente tutto il potenziale di questi principi.

Questo potenziale è talmente importante che abbiamo chiamato questo momento storico, quarta rivoluzione industriale, o industria 4.0.

Non dobbiamo dimenticare che, soggiacente, devono sempre esserci quei principi, quei pensieri che abbiamo citato prima: la tecnologia è solo uno strumento.

L’industria 4.0 infatti, di quei principi e metodologie che abbiamo citato prima, costituisce sia il frutto, sia il loro potenziamento.. in un circolo virtuoso dalle enormi potenzialità.

L’habitat 4.0

habitat 4.0

Pensiero e tecnologia abilitante concorrono a creare un habitat perfetto, un habitat 4.0 potremmo dire.

Indubbiamente lavorare incessantemente in un’ottica di miglioramento continuo, cercando di ottimizzare i processi produttivi riducendo al minimo gli sprechi, la ricerca parallela verso una maggiore vivibilità del luogo di lavoro, ha portato la ricerca tecnologica a sviluppare nuovi strumenti, progettati per velocizzare quei principi e per rendere il lavoro dell’uomo sempre meno gravoso: internet of things, robotica, big data, cloud sono tutti strumenti che vanno in queste direzioni, cioè nella creazione di un habitat 4.0

Come creare l’habitat perfetto

Per creare l’habitat perfetto non basta digitalizzare l’ambiente di lavoro. Fare una cosa del genere in una situazione che potremmo definire “poco lean”, significa aggiungere caos al caos.

Innanzitutto, bisogna partire dalle basi, cioè dall’uomo. L’uomo deve essere al centro, perché l’uomo è la “macchina” più formidabile che un’azienda abbia a disposizione. Questo insegna la Toyota Way o la lean production, questo significa innanzitutto avviare il cambiamento partendo dalla nostra mentalità, dalla nostra organizzazione, guardando lontano e non al risultato immediato.

Detto questo, che è un principio di fondo imprescindibile, bisogna organizzarsi a diversi livelli: a livello organizzativo, a livello di management, a livello di ambienti lavorativi, e poi, scendendo sempre più nel dettaglio, a livello di hardware e di software.

La digitalizzazione, la nuova frontiera dell’alfabetizzazione

La digitalizzazione delle prassi lavorative costituisce una nuova fase di alfabetizzazione informatica.

Internet, all’inizio degli anni ’90 ha portato il computer in ogni casa facendolo diventare un nuovo “elettrodomestico” imprescindibile. Successivamente, l’esplosione del mobile ha costituito una fase nuova di alfabetizzazione informatica: sono cambiate abitudini, stili di vita e modi di interagire con persone e cose.

A fronte di una “vita” altamente tecnologica, il luogo di lavoro ha resistito per anni a questa rivoluzione: solo pochi settori hanno seguito la velocità dei cambiamenti tecnologici. Basti pensare al mondo scolastico o alla pubblica amministrazione.

Anche nell’industria, a parte i settori fortemente automatizzati, come ad esempio il settore automobilistico, spesso le prassi erano o sono ancorate a supporti cartacei e prassi non digitalizzate.

La quarta rivoluzione industriale è proprio questo: l’utilizzo, alla massima potenza, di ciò che la tecnologia ci ha ora messo a disposizione, di tutto ciò che abbiamo imparato a fare nella vita, ma traducendolo all’interno delle logiche produttive: il cloud, l’utilizzo di informazioni (big data), l’internet delle cose, la robotica, la realtà aumentata… Tutti strumenti che ciascuno di noi aveva già imparato a conoscere nella vita di tutti i giorni, magari giocando, magari facendo acquisti.

Il software al servizio di produttività e benessere

Il software

Il software

Il lavoratore oggi, ma lo farà ancor più nel futuro, interagisce in continuazione con il software. Anche quando non se ne accorge. Superato il tempo in cui il software serviva solo a “controllare” (e per questo, spesso, il software non veniva visto di buon occhio dai lavoratori), oggi il software è realmente un supporto.

Per tutti.

Per i responsabili di stabilimento che devono registrare gli andamenti produttivi, capire dove sono le criticità, per i manager del marketing che hanno bisogno di fare previsioni e di capire quali saranno le future scelte dei clienti, per tutti i lavoratori che si trovano a compiere operazioni meno faticose e, piuttosto, a gestire e interagire con le macchine.

Progettare software per il settore industriale, 10 anni fa aveva un significato molto diverso rispetto a quello odierno. Dirsi innovativa, per un’azienda oggi, spesso per una software house, è un grande atto di responsabilità perché la tecnologia si sta evolvendo a grande velocità.

Saranno privilegiati i sistemi aperti, in grado di dialogare con altri soggetti, perché progettare software significa soprattutto interagire con altri soggetti, altre aziende, altri servizi.

Perché il compito non sarà quello di generare un semplice software.

Sarà quello di creare un habitat, un environment, coerente, malleabile, efficace.

Digitalizzazione industriale: esempi concreti

Di cosa parliamo quando parliamo di digitalizzazione in ambito industriale?

Parliamo della creazione della messa in rete di tutta una serie di dati e servizi che consentano di monitorare, interrogare, condividere informazioni.

Questo si traduce, ad esempio, in sistemi informatici in grado di registrare il numero di fermi di produzione, le loro causali, i problemi di qualità, la velocità del flusso produttivo.

Stiamo parlando di calcolo dell’efficienza produttiva come l’OEE e l’Andon. Tutti aspetti previsti da metodologie nate sin dagli anni ’70, ma oggi invece di usare semafori e post it, tutti questi dati vengono convogliati in database facilmente interrogabili dal management, il quale sarà in grado di prendere decisioni sempre più oculate per migliorare il processo.

Modulo OEE

Modulo OEE

Un altro esempio può riguardare la manutenzione delle macchine, sia quella automatica, che quella professionale, che quella predittiva. Tutti temi che possono essere affrontati con pannelli cartacei consultabili da tutti, o da file excel, o da raffinati moduli software che consentono di registrare qualsiasi anomalia riscontrata da un operatore e individuare una immediata azione riparatrice (EWO).

Modulo EWO

Modulo EWO

Oppure è possibile schedulare in maniera automatica tutti gli interventi di una manutenzione professionale facendo riferimento alla singola parte del macchinario (Machine ledger).

Modulo S-EWO

Modulo S-EWO: Produzione del PDF

Si può far molto anche per la sicurezza del personale, andando ad operare in modalità simili a quelle utilizzate per individuare criticità nel funzionamento delle macchine permettendo a chiunque di segnalare problemi di sicurezza (S-EWO).

La digitalizzazione permette anche la diminuzione degli errori che si possono commettere durante la produzione, ma soprattutto abbattere i tempi di addestramento di nuovo personale, attraverso la visualizzazione su schermo (o anche smart glasses) di precise istruzioni operative (Visual SOP)

Se ne potrebbero fare ancora molti di esempi e citare moduli software in grado di consentire l’interazione tra uomo e robot e inviare missioni operative a questi ultimi… ma poi questo articolo diventerebbe oltremodo lungo… 😉

Grazie per l’attenzione, spero di aver parlato di aspetti per voi interessanti.

A presto!

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